Archivio: Kyrgyzstan by bike

Tra rocce e silenzi: viaggio geologico in bicicletta 🚴 sul Tien Shan (Kirghizistan) (di Consuelo Nicolò)

Nel cuore dell’Asia centrale, tra le possenti montagne del Tien Shan, nell’estate 2025 si è snodato un viaggio che è stato molto più di una traversata in bicicletta. È stato un cammino lento e faticoso, durato 12 giorni e lungo 550 km, con 7000 m di ascesa, dove ogni salita è stata una lettura stratigrafica e ogni discesa una riflessione. Le ruote hanno scorso su terreni paleozoici, hanno lambito fiumi meandriformi e si sono arrampicati su ripidi passi ghiaiosi che hanno messo a dura prova la volontà di pedalare. In questo racconto, la geologia non è solo sfondo: è protagonista. Le rocce parlano, i sedimenti raccontano, le valli tracciano storie invisibili sotto il cielo immenso del Kirghizistan.

Ci sono viaggi che si fanno con una guida turistica, altri con una mappa stradale. Io ho deciso di esplorare il Kirghizistan in bicicletta, senza guida, lasciando che il paesaggio mi parlasse attraverso le sue rocce, i suoi fiumi e i suoi ghiacciai. Da Karakol (1700 m) a Kochkor (1860 m), pedalando a partire dal bordo meridionale del lago Issyk Kul, ho attraversato paesaggi che parlano il linguaggio delle rocce, delle pieghe, dei fiumi. È stato un viaggio lento e ostinato, dove la fatica si è mescolata incessantemente alla meraviglia. La geologia non mi ha parlato con definizioni, ma con il linguaggio muto delle rocce e il respiro lento delle montagne e il fragore dei fiumi.
Figura 1 – Percorso in bicicletta da Karakol a Kochkor, nel cuore del Kirghizistan, attraversando paesaggi spettacolari e formazioni geologiche uniche del Paleozoico

Figura 2 – Percorso effettuato, su Carta geologica schematica del KirghizistanFigura 3 – Legenda della Carta geologica schematica del Kirghizistan (United Nations Publications, 1999)

Siamo partite in bicicletta, io e la mia amica Chiara Gabas, da Karakol, vicino al grandissimo e profondo lago di origine tettonica di Issyk Kul, sotto un caldo afoso che appesantiva l’aria e rendeva ogni respiro un piccolo sforzo. La polvere sollevata dal traffico impazzito ci avvolgeva come una nebbia secca, mentre clacson e motori sembravano volerci respingere indietro. Nelle borse le borracce piene e tanto cibo. E occhi curiosi e contemplanti. Ma a sud, oltre il caos, si apriva un altro mondo: pediments granitici incisi dalle acque, superfici antiche levigate dal tempo, e montagne alte che si stagliavano maestose contro il cielo. Era un invito silenzioso, una promessa di paesaggi che avrebbero parlato di silenzi, di tempo e di terra. E di fatica, sì, ma anche di scoperta, di lentezza, di quella geologia che non si legge sui libri, ma si sente sotto le ruote.
Figura 4 – Pediments granitici a sud del lago di Issik Kul (catena del Tien Shan)

Le successive pedalate nella valle del Barskoon, in mezzo alle catene montuose tanto bramate, sono state come varcare la porta in un libro scritto dalla Terra stessa. L’aria era sottile, vibrante di sole, e il silenzio si faceva denso, rotto solo dal fruscio delle ruote sulla ghiaia. Davanti a me, affioravano le rocce granitiche paleozoiche, antiche come il tempo, con superfici screziate che sembravano trattenere il calore del giorno e il gelo della notte: magma che un tempo ribolliva nelle viscere del pianeta, poi solidificato, spinto verso l’alto da forze invisibili, scolpito lentamente da millenni geologici di vento, acqua e gelo.
Figura 5 – Valle del Barskoon in mezzo alle formazioni granitiche paleozoiche incise dalle acque

Gli ammassi rocciosi erano solcati da linee sottili e profonde, come cicatrici lasciate da dita antiche. Alcune seguivano traiettorie imprevedibili, altre si intrecciavano come vene su una pelle di pietra. Mi sembrava di pedalare sopra un atlante vivente, dove ogni metro raccontava un frammento di storia geologica, ogni curva un passaggio tra ere dimenticate. E mentre le gambe spingevano sui pedali con ritmo lento e costante, bruciando a ogni salita, sentivo che non stavo solo avanzando nello spazio, ma scavando nel tempo. Ogni muscolo teso, ogni respiro affannoso sembrava sincronizzarsi con le ere geologiche che mi scorrevano accanto: rocce intrusive, rocce metamorfiche, depositi di versante e fluviali, cicatrici della Terra. Il sudore non era solo fatica, era una forma di ascolto: il corpo diventava strumento, il paesaggio partitura. E così, metro dopo metro, entravo in dialogo con un tempo che non si misura in ore, ma in centinaia di milioni di anni.
Figura 6 – Valle del Barskoon in mezzo alle formazioni granitiche paleozoiche con conoidi di detriti e lingue moreniche di vecchi ghiacciai

Il bello di viaggiare in bicicletta è che il corpo si fonde con l’ambiente. Le gambe leggevano il terreno come un codice: sabbia, ghiaia, roccia… ogni variazione raccontava una storia. Il respiro si modulava con l’altitudine, rallentava nei passi, si espandeva nelle discese. I miei occhi si affinavano nel distinguere le differenti litologie, le faglie, gli impluvi, le erosioni, le stratificazioni. In ogni zona che attraversavamo, il mio sguardo geologico si attivava spontaneamente: riconoscevo le forme, intuivo le origini, sentivo il tempo inciso nella roccia. Non era solo movimento, era interpretazione. Il paesaggio non era sfondo, ma testo da decifrare.

Dopo tre blocchi di tornanti che sembravano non finire mai, e con 2100 metri di ascesa scolpiti nel respiro e nelle gambe, superato l’ultimo tornante, il passo di Arabel (3800 m s.l.m.) si apriva come una soglia tra mondi. Il silenzio diventava rarefatto, il cielo più vicino, e lo spazio immenso. L’altopiano si distendeva davanti a me come un respiro trattenuto troppo a lungo: sconfinato, maestoso, punteggiato da montagne che portavano sulle spalle il peso millenario dei ghiacciai. Era come entrare in un regno sospeso, dove la geologia si faceva poesia e le creste sull’orizzonte raccontavano una storia di tempo e di ghiaccio.
Figura 7 – Altopiano di Arabel (3800 m slm)

La notte che ci attendeva, lassù, prometteva un freddo pungente. Una solitaria capanna di metallo, in mezzo al nulla, ci offrì il rifugio che cercavamo.
Figura 8 – Capanna metallica sull’altopiano di Arabel (3800 m slm)

La discesa verso la valle del fiume Burkan fu un lento abbandonarsi alla gravità, su terreni pietrosi che scricchiolavano sotto le ruote della pesante bicicletta. Ogni curva apriva squarci di bellezza selvaggia: sotto di me, il fiume serpeggiava in meandri perfetti, tracciando arabeschi d’argento tra le pieghe del paesaggio e scintillando al sole. Intorno, le montagne si alzavano severe e solenni, con le cime che sfioravano il cielo e le pareti che raccontavano millenni di geologia, ventagli di detriti granitici che si erano accumulati nel tempo, depositati là dal respiro della montagna, incisi e trasportati alla base dal fiume Burkan. Era come scendere dentro un quadro immenso, dove ogni pietra, ogni ombra, ogni linea era parte di una sinfonia silenziosa che parlava di tempo, di spazio, di immensità. E io, minuscolo frammento in movimento, col vento in faccia, mi confrontavo con quella potenza primordiale, sentendomi piccola, fragile, ma incredibilmente viva, parte integrante di questa natura scolpita nel tempo, modellata dalle forze profonde della Terra e dagli agenti esogeni che la plasmano in superficie.
Figura 9 – Discesa lungo l’altopiano di Arabel (3800 m) (ciclista: Consuelo Nicolò)

Figura 10 – Discesa dall’altopiano di Arabel verso la Valle del fiume Burkan sul terreno sciolto dei depositi di versante (ciclista: Chiara Gabas)

Figura 11 – Discesa dall’altopiano di Arabel verso la valle del fiume Burkan (ciclista: Consuelo Nicolò)

Figura 12 – Valle del fiume Burkan, corso d’acqua meandriforme a canali anastomizzati, incidente le conoidi alluvionali

Figura 13 – Depositi morenici di un ghiacciaio ritirato (valle del Burkan)

Figura 14 – Valle del Burkan

Con l’incontro dei fiumi Uchemchek e Archaly nel Burkan, la valle si chiudeva lentamente, come se la natura stessa si preparasse a un momento solenne. Entravamo in un corridoio di pietra, dove il fiume, con il nuovo nome Balgart, scorreva incassato tra meandri granitici scolpiti con imponenza. Le rocce, levigate dal tempo e dalle acque, si alzavano in pareti verticali che incombevano sopra di noi con una presenza silenziosa e minacciosa. Ogni curva del sentiero sembrava sfiorare il bordo di qualcosa di antico e potente, e il rumore del fiume si mescolava al fruscio delle ruote sul terreno, amplificando la sensazione di essere piccola, immersa in una gola che parlava il linguaggio profondo della geologia.

Ogni volta che ci fermavamo per montare le tende, la scelta del luogo diventava un esercizio di prudenza e osservazione. Non era mai casuale: scrutavo le pareti rocciose alla ricerca di segni di instabilità, valutando il rischio di crollo di blocchi sospesi, pronti a staccarsi con un sussurro del vento o un tremore del terreno. Allo stesso tempo, mi assicuravo che il terreno fosse ben al di sopra delle quote di piena dei corsi d’acqua, lontano dalla furia improvvisa di un fiume alimentato da una parte remota del grande bacino idrografico. Dormire in sicurezza significava leggere il paesaggio come una mappa di possibilità e pericoli, affidandomi alle conoscenze e all’esperienza, più che alla comodità. Ma era la minaccia di un temporale a rendere il tutto ancora più selvaggio. Una sera, le nuvole si addensarono sopra le creste come presagi, e il vento portò con sé l’odore dell’acqua e della pietra bagnata. Ogni tuono sembrava amplificare la solennità del paesaggio e il pensiero di una pioggia torrenziale che potesse trasformare il torrente in un fiume impetuoso mi spinse a scegliere con ancora più attenzione. In quei momenti, la natura non era solo uno sfondo: era una presenza viva, potente, e imprevedibile. Di fronte a noi, un’enorme parete granitica si ergeva come una cattedrale di roccia, austera e silenziosa, dominando il paesaggio con la sua presenza verticale. La sua imponenza accentuò il senso di isolamento e di selvaggia bellezza, soprattutto quando il cielo cominciò a rannuvolarsi e la minaccia di un temporale rese ogni decisione più urgente, ogni gesto più consapevole.
Figura 15 – Le nostre tende al centro su un terrazzo fluviale del fiume Balgart, sotto imponenti pareti granitiche e la minaccia di un temporale

Figura 16 – Il fiume Balgart, carico di sedimenti, scorreva impetuosamente vicino a noi a una quota più bassa. Sullo sfondo pareti di granitoidi straordinariamente imponenti e minacciose dalle nostre tende

Man mano che avanzavamo nella valle del Balgart, le montagne si dispiegavano in tutta la loro imponenza, offrendo un susseguirsi di conoidi alluvionali fusi tra loro, scolpiti con maestosa precisione dal corso del fiume.
Figura 17 – Depositi di conoide alluvionale coalescenti incisi dal fiume Balgart

Procedendo verso sud, in direzione di Tash Bashat, la valle – ora quella del Matyy Naryn – si stringeva progressivamente. Le pareti si facevano più vicine, più severe, scolpite nelle metamorfiti devonico-carbonifere, che brillavano sotto il sole con sfumature metalliche e venature antiche. Ogni metro era un invito a rallentare, a osservare: le forme, le pieghe, le fratture. Il paesaggio si trasformava in una galleria naturale, scolpita nella roccia viva, e ogni sguardo si perdeva nella meraviglia di tanta bellezza, aspra e silenziosa solo in apparenza. Il fragore dell’acqua rompeva l’immobilità, rimbombando tra le pareti come un respiro profondo della valle. Era come se le viscere del pianeta si fossero aperte senza clamore, rivelando la trama primordiale della sua pelle rocciosa, mentre il fiume ne scandiva il ritmo con la sua voce incessante.
Figura 18 – Valle del Fiume Matyy Naryn su rocce metamorfiche del Medio Devoniano – Carbonifero superiore

Superata la caotica città di Naryn, il paesaggio cambiò improvvisamente volto. Le voci del traffico e il disordine urbano lasciarono spazio a un silenzio minerale, dominato da alte pareti di arenarie e conglomerati stratificati, rossastri e intensi, risalenti al Devoniano-Carbonifero. Le rocce sembravano incendiate dal sole, scolpite in forme che raccontavano antiche sedimentazioni e mutamenti di facies.
Figura 19 – Conglomerati e arenarie del Medio Devoniano-Carbonifero superiore all’uscita dalla città di Naryn verso il lago Son Kol

Poi, quasi inaspettatamente, il colore virò: dietro uno spettacolare cimitero musulmano kirghiso, incastonato come un gioiello nel paesaggio, si aprirono calanchi biancastri, friabili, come se la terra avesse cambiato voce e tono. Era una transizione geologica e visiva che lasciava senza fiato, un passaggio tra epoche e atmosfere, dove la bellezza si faceva silenziosa e solenne.
Figura 20 – Conglomerati e arenarie argillose del Medio Devoniano-Carbonifero superiore tra Naryn e il lago Son Kol sullo sfondo di un cimitero

Poco più avanti, la strada cominciava a salire con lentezza ma decisione, come se volesse preparare lo spirito al cambiamento d’altitudine. Il caldo afoso avvolgeva ogni cosa in un velo tremolante, mentre la polvere, sollevata dagli automobilisti impazienti, si mescolava all’aria rendendola densa e irrespirabile. Il paesaggio continuava a raccontare la sua storia antica: i conglomerati argillosi devoniano-carboniferi, scolpiti dall’acqua nel corso di millenni, si aprivano in forme sinuose e incise. Alle nostre spalle, il fiume Kara-Unkur sembrava quasi voler trattenere lo sguardo, con il suo fluire lento e sereno tra le maglie verdi della piana alluvionale.
Figura 21 – Valle del fiume Kara-Unkur, salendo lungo i conglomerati argillosi devoniano-carboniferi tagliati dalla strada

Ma la strada, come una linea di destino, ci spingeva in avanti, verso quote più alte e silenzi più vasti. Poi, quasi senza preavviso, nella valle del Surok le rocce cambiarono volto: i conglomerati cedettero il passo a potenti affioramenti granitoidi, massicci e grandiosi, come antichi guardiani della montagna. Alla loro base, una gonna plissettata di detriti si apriva in pieghe irregolari, modellata dai movimenti lenti ma inesorabili della gravità e dall’azione dell’acqua, come se la terra stessa avesse indossato un abito cerimoniale per accogliere il viaggiatore. Ogni curva era un invito alla contemplazione, ogni tornante un passaggio rituale tra mondi diversi. E noi, con lo sguardo rivolto all’orizzonte, sentivamo già l’altopiano chiamarci: il lago Song Kol, sospeso a 3016 metri, ci attendeva come una promessa di quiete e immensità.
Figura 22 – Granitoidi paleozoici e conoidi di detrito incise nella valle del Surok verso il lago Song Kol

Ma eccoli, finalmente, di fronte a noi: i leggendari 33 Pappagalli. Un nome quasi giocoso per una salita che di giocoso si rivelò avere ben poco… 33 tornanti con 450 metri di dislivello, scolpiti in pendenze che oscillano tra il 12 e il 15%, sul terreno ghiaioso e instabile dei depositi di versante dei rilievi paleozoici, che mette alla prova ogni muscolo, ogni respiro, ogni pensiero. Fu la parte più ostica dell’ascesa al passo, quella che non concede distrazioni, dove la fatica si fa concreta e il paesaggio sembra osservarti in silenzio, misurando la tua determinazione. Salire qui non è solo un atto fisico, è un rito, un confronto diretto con la montagna e con sé stessi.
Figura 23 – Sullo sfondo salita dei 33 Pappagalli, su calcari, arenarie e conglomerati del Devoniano medio – Carbonifero superiore

Figura 24 – Salita dei 33 Pappagalli vista dall’omonimo Passo impostato su granitoidi del Carbonifero medio-superiore

Intorno al lago Song Kol, sospeso a 3016 metri sul livello del mare, il tempo sembrava distendersi come la luce sul crinale. La conca tettonica che lo accoglie è antica e silenziosa, e noi la percorrevamo salendo e scendendo sulle vulcaniti cambriano-ordoviciane, in un susseguirsi di crinali ben modellati dalle acque. Le salite lungo il susseguirsi di creste allungate, in confronto ai 33 Pappagalli, sembravano ormai uno scherzo, ma non lo erano del tutto: il fiato si accorciava, le gambe si facevano pesanti, e il sole, alto, implacabile, onnipresente, ci accompagnava senza tregua, disegnando ombre corte e scolpendo ogni dettaglio del paesaggio. Dopo ogni cresta, il lago: immobile, blu profondo, sospeso tra cielo e terra. Ogni sguardo era diverso, ogni angolo rivelava un frammento di silenzio, una pace immensa, un riflesso che non si ripete.
Figura 25 – Lato nord-ovest del Lago Song Kol (3016 m s.l.m.): lago endoreico di origine tettonica. Di lato e sullo sfondo paesaggio su vulcaniti cambriano-ordoviciane (ciclista: Chiara Gabas)

E poi, dopo chilometri di silenzio, arrivammo a Keng-Suu, piccolo villaggio incastonato nel fondovalle, circondato da rilievi arenaceo-conglomeratico-argillosi, allungati ed erosi in forme di calanchi. Dormimmo in una guest house, che si trova al margine dell’abitato allo sbocco di una vallecola. Il paese è protetto attraverso un piccolo argine artificiale di materiale sciolto da un’eventuale furia delle acque: una barriera fragile, modellata dall’uomo, che sembra trattenere il paesaggio più per volontà che per forza.
Figura 26 – Arenarie e conglomerati cambro-ordoviciani in prossimità di Keng-Suu (ciclista: Chiara Gabas)

Figura 27 – Villaggio di Keng-Suu, protetto da un argine in materiale sciolto dalle piene dei torrenti che si formano a monte dell’abitato

La pedalata si concludeva a Kochkor, come la fine di un capitolo scritto con il sudore, la polvere e la meraviglia. Da lì, il ritorno a Bishkek, la capitale, il punto di partenza e di arrivo, segnava la fine del percorso fisico, ma non di quello interiore. Perché il viaggio non si chiudeva davvero: resta inciso nella memoria, come una stratificazione emotiva.

Porto con me la consapevolezza di aver sfidato pendenze ostinate, salite plasmate quasi apposta per mettere alla prova la mia determinazione. Eppure ce l’ho fatta. Non solo ho domato la stanchezza, coi muscoli tesi e i polmoni in fiamme, spingendo ogni fibra del corpo oltre il limite, ma ho attraversato ogni scorcio con l’occhio curioso del geologo: osservando le forme, decifrando le rocce, ascoltando quel silenzioso racconto che la Terra bisbiglia. Ogni valle, ogni rilievo, ogni granello di terreno ha segnato il mio viaggio, non solo sotto le ruote, ma dentro di me, imprimendosi come memoria viva.
Figura 28 – Vulcaniti del Proterozoico nella valle del Barskoon salendo all’altopiano di Arabel (3800 m)

Figura 29 – Io e Chiara all’arrivo sull’altopiano di Arabel (3800 m slm)

Consuelo Nicolò è una geologa, appassionata ciclista di montagna, con una visione del mondo forgiata dalla geologia e dalla fatica. Ovunque vada, legge il paesaggio attraverso le lenti della scienza terrestre, ma è in sella alla sua mountain bike che questa lettura si fa narrazione viva: i lunghi viaggi si trasformano in esplorazioni profonde, dove la salita diventa introspezione e la discesa una rivelazione. Per lei, la fatica non rappresenta un ostacolo, ma un prezioso strumento di osservazione, indispensabile per immergersi appieno nella natura che attraversa con uno sguardo lento e contemplativo. Vive in Sardegna, ma ogni anno parte con la sua bici alla ricerca di nuove rocce, nuove valli, nuove storie geologiche da inseguire.

 

 

 

 

 

 

 

 

Bibliografia:
United Nations Publications, 1999. Schematic Geological Map of Kyrgyzstan. Scale: 1:4.000.000. Published by the United Nations Economic and Social Commission for Asia and the Pacific in cooperation with the State concern “Kyrgyzaltyn” and the Kyrgyz Mining Association.

Note: Percorso creato e carta geologica georiferita da Consuelo Nicolò su GIS (Sistema Informativo Geografico)

Contattaci
Contattaci
Invia con Whatsapp